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Intervista TF – Giovanni Giuliani (Teleuniverso):”Frosinone, per diventare grande serve continuità”

di Francesco Cenci
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Abbiamo oggi il piacere di intervistare Giovanni Giuliani, conosciuto giornalista e volto noto di Teleuniverso, che non ha certo bisogno di molte presentazioni. Lo intervistiamo nella veste di sportivo e profondo conoscitore del Frosinone Calcio.

Allora Giovanni, iniziamo la nostra chiacchierata partendo, purtroppo, dalla scialba prestazione offerta dai canarini contro il Cosenza, e finita con la sconfitta per 0-2, su cui c’è poco da recriminare. Come la spieghi?

"Una sconfitta giusta al termine di una prestazione davvero brutta. Squadra sottotono, troppi giocatori spenti, poche idee ed errori in occasione dei gol subiti, che pesano. In un solo colpo, anzi nelle ultime due gare, sono tornati a galla tutti quei problemi che ormai sembravano superati. E’ un peccato perché dopo il mercato quasi tutti eravamo concordi sulla rinnovata forza di questa rosa”.

Cosa ne pensi dell’andamento da montagne russe dei canarini in queste prime otto partite della stagione?

“Lo ritengo un problema strutturale di questa squadra, ciò che manca è la continuità vera, prolungata nel tempo. Quando deve fare il salto di qualità definitivo, arriva la partita no. Anche l’anno scorso si sono alternate serie importanti di gare vinte a periodi negativi durante la stagione regolare. Questo cammino altalenante è costato moltissimo, spero che stavolta si possa aggiustare la rotta, visto che dagli errori del passato si può e si deve imparare. Se si riesce a “scendere” da queste montagne russe, il Frosinone potrà dire la sua”.

Credi che il 3-5-2 sia il modulo che più si addice alla squadra?

“Non so se sia il migliore. Analizziamo i fatti: questa squadra oramai da diverse stagioni gioca così. Con Nesta la scorsa stagione si era partiti a 4, salvo poi tornare indietro. Io credo, comunque, che questo modulo non sia per forza un dogma, poi credo anche che oltre ai moduli vadano esaminate altre componenti. La capacità di comandare le gare e la capacità di far “sentire” la propria forza agli avversari nei match, che possono indirizzare il cammino. Diciamo che gli esami di maturità per il definitivo salto di qualità sono ancora il tallone d’Achille di questa squadra”.

Ritieni che sia stata la scelta giusta proseguire il cammino, anche in questo campionato, con l’attuale guida tecnica?

“Io non credo assolutamente che Nesta sia a rischio dopo la sconfitta con il Cosenza. Certo è che, se a questa squadra manca sempre qualcosa per il famoso salto di qualità, le responsabilità sono anche sue oltre che dei giocatori. I giudizi, ovviamente, li fanno anche i risultati. Se pensiamo che 20 giorni fa, dopo la vittoria con la Cremonese, si parlava di Nesta come colui che si era “preso” definitivamente il Frosinone grazie alla continuità, questa è improvvisamente svanita tra Monza e Cosenza”.

Veniamo al mercato. E’ in atto ormai da un paio di stagioni, un ricambio generazionale, con relativo “svecchiamento” della rosa, che rappresenta per certi aspetti, una scommessa della società. Condividi questa filosofia?

 “Io non parlerei di un grande ricambio generazionale anche perché l’ossatura della squadra ormai è quella da un pezzo. Poi di volta in volta si è cercato di inserire qualcuno tra arrivi in prestito e definitivi. Non dimentichiamo inoltre che, il Frosinone, è tra le squadre con l’età media più alta in B. Negli ultimi anni, secondo me, ai ciociari è mancato proprio un vero ricambio generazionale con forze fresche, ad esempio, anche dal settore giovanile”.

Cosa ne pensi dei nuovi arrivi?

“Diciamo che molti sono ancora da scoprire. Una buona impressione l’aveva offerta subito Curado. Kastanos, tra i nuovi, è stato quello più impegnato e quello che ha dato il maggior contributo. A Parzyszek serve il tempo necessario, per lui vale lo stesso discorso che fu fatto per Novakovich. Aspettiamo di vedere cosa potrà dare anche Carraro”.

Il presidente Stirpe, sempre in linea con la sua politica oculata, ha deciso un cambiamento forte nella gestione e responsabilità dell’area tecnica, esautorando di fatto Salvini, mettendone a capo Angelozzi, una persona con un curriculum davvero invidiabile. Qual è il tuo pensiero?

“Credo che nella vita (quasi) niente è per sempre. Penso che il rapporto lavorativo tra il Frosinone e Salvini sia arrivato, o stia per arrivare, alla naturale conclusione dopo anni importantissimi con i risultati che tutti conosciamo. Con Angelozzi si cerca di dare rinnovata energia per quello che sarà il nuovo corso del Frosinone, ed il direttore nella conferenza stampa di presentazione mi è sembrato piuttosto chiaro su strategie ed obiettivi”.

E’ un periodo difficile per tutti data la Pandemia, e di questo ne risente anche il mondo del calcio. Quali novità potrebbe avere in serbo Angelozzi, in ottica mercato di Gennaio?

“Non credo ci saranno grossi scossoni a Gennaio. La rotta è stata comunque tracciata per il prossimo futuro: giovani e costi contenuti. La bravura sta tutta nel cercare e formare questi giovani che poi potrebbero fare la differenza. Da questo punto di visto penso che Angelozzi sappia cosa fare e come agire”.

Una serie B che sembra molto più equilibrata rispetto allo scorso anno. Il Monza, sebbene partito in sordina, viene dato dai più come una delle favorite, considerando il mercato del Patron Berlusconi. Qual è la tua griglia delle favorite per la promozione in A?

“Per ora non c’è la squadra ammazza campionato. Anche io indico Monza, Empoli, Lecce e Spal tra le pretendenti. Tutti ci auguriamo che il Frosinone possa stare in questa griglia stabilmente, ma serve quella parola magica: continuità”.

Spalti vuoti, partite senza pubblico, com’è raccontare una partita di calcio in tempi di Covid? Che meccanismo scatta, secondo te, nella psicologia dei calciatori?

Ovviamente è tutto un po’ surreale perché il clima assomiglia più a quello degli allenamenti che delle partite ufficiali. Manca davvero un componente importante di questo mondo. E’ ovvio che si faccia bene, al momento, a pensare alle priorità dettate da questa emergenza. Credo, comunque, che l’assenza di pubblico crei uno “strano” effetto sui calciatori, perché è vero che si è professionisti, che si fa il proprio lavoro, ma in fondo si gioca anche per ricevere gli applausi (o i fischi) dei tifosi”.

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